AU – LETTERE E FILOSOFIA

Il blog di Azione Universitaria – Nucleo Gabriele d’Annunzio

1968: una nuova visione

Pubblicato da aulettere su Maggio 8, 2008

Il Sessantotto – l’idea nata dopo le rivolte giovanili del 1968 – oggi ha quarant’anni e, come ogni decennale che si rispetti, facili entusiasmi e incomprensibili stroncature si rincorrono.

Che si esalti o condanni, il Sessantotto ha sempre convissuto con il tentativo di uomini mistificatori di piegare il movimentiamo spontaneo e rivoluzionario di quell’anno ad una, meno rivoluzionaria e meno ideale, pratica politica: la smisurata crescita economica dei gloriosi anni ’60 e la reazione pacifista alla guerra in Vietnam portarono i giovani a cercare di attuare una rivoluzione che risuonò, alla fine, come una lunga ricreazione.

La dannunziana idea della fantasia al potere, unita alla doverosa richiesta di rappresentanza studentesca negli organi scolastici e universitari, ha permesso agli anni ’60 di abbandonare il bianco e nero e vivere in un mondo a colori: i giovani hanno suonato la sveglia ad una società sì in crescita ma che sarebbe crollata. Il piacere e la libertà hanno trovato la loro naturale esaltazione nei moti del 1968: la musica, l’arte e il cinema sono stati canali di trasmissione di un’idea di rinnovamento che serpeggiava da New York a Roma. La capacità di guardare oltre i confini, il vivere un destino comune e il desiderio di poter scrivere quel destino hanno unito migliaia di donne e uomini, forse piccoli, ma con idee e volontà che “i grandi” avrebbero dovuto raccogliere.

Quello che il 1968 non meritava affatto era l’idealizzazione, il fare di quell’anno una categoria filosofica: il Sessantotto. Quell’anno, ricco di sfide, non meritava di diventare un titolo da biglietto da visita ( dott. … sessantottino) ed è insopportabile che, tutti quelli che con onore hanno lottato ieri, contro gerontocrazia e baronati, oggi, siano l’espressione della gerontocrazia e dei baronati.

Anche i politicanti sono sempre stati affascinati dall’idea del Sessantotto – alcuni esaltano la tradizione sessantottina, altri la condannano -  ma tutti ne tradiscono la vera missione: la rivoluzione giovanile non aveva il compito (né la voglia) di rovesciare il sistema politico ma guardava ad un mondo dove l’essere giovani non rappresentasse una colpa ma un momento obbligatorio per tutti.

Ex , post e catto comunisti hanno guardato con sentimento romantico all’anno dei giovani, credendo di aver sempre difeso le loro posizioni e dimenticando, con troppa fretta, di aver da subito preso le distanze dai piccoli rivoluzionari.

Alla destra è mancata la capacità di analizzare quell’anno, è mancato anche il coraggio di viverlo fino in fondo: militanti e simpatizzanti si sono avvicinati alla rivoluzione ma è venuta meno la capacità di incidere e condizionare una lotta che con la nostra storia e il nostro passato aveva molto in comune: era il 1919 quando, con un colpo di mano para-militare, un nobile d’animo liberò la città di Fiume, vittima incolpevole della politica. Gabriele d’Annunzio instaurò un potere fantasioso, colorato; donne e uomini convivevano in una terra vivace, liberi da logiche benpensanti: soldati nudi sorvolavano le terre, donne affascinanti provavano cosa fosse la felicità, era la fantasia al potere.