AU – LETTERE E FILOSOFIA

Il blog di Azione Universitaria – Nucleo Gabriele d’Annunzio

Archivio per la categoria ‘1968’

“Rovesciare il ‘68″

Pubblicato da aulettere su Maggio 9, 2008

I libri fatti di recriminazioni e luoghi comuni mi lasciano perplessa. Le occasioni mancate ancora di più.

Trovarmi in mano la prova, tangibile, di un’ottima opportunità che è stata sprecata dispiace sempre.

La delusione raddoppia se a cogliere solo parzialmente l’opportunità di analizzare il Sessantotto da un’ottica poco frequentata, la nostra, è uno scrittore come Veneziani, simbolo degli intellettuali tanto cari alla destra, che decide di dare alle stampe una visione così concisa, superficiale e troppo personale di una Storia che dopo quanrant’anni può ancora influenzare il nostro quotidiano. Soprattutto se il Sessantotto non lo si è fatto.

Cito Veneziani: “Il ‘68 non è un avvenimento. […] Il ’68 fu il virus di un’epoca riassunto nella superstizione di una cifra. […] Come esistono i non luoghi, ci sono pure i non eventi.”; questo virus, incalza il Nostro, è lo stesso che senza modificarsi, e ben guardandosi dal perire, continua a dilagare nel nostro Paese assumendo le forme più varie e proseguendo ad annunciare quelle che , quasi mezzo secolo fa potevano apparire come novità rivoluzionarie, ora sembrano solo ciò che sono: un solco profondo nel cedevole terreno della storia. Solco che, non essendo poi stato seminato a dovere, non ha dato i frutti sperati.

Scorrendo il testo numerosi sono gli esempi che si incontrano dell’eredità negativa che quell’anno, ed i seguenti, ci hanno lasciato,ma non altrettante le soluzioni che l’autore suggerisce come alternativa; purtroppo . Esattamente in questa lacuna risiede il punto debole dell’impalcatura di Veneziani.

Criticare il Sessantotto da un’ottica di destra non può voler dire solo elencare freddamente gli errori, veri  o presunti che siano, di chi la rivoluzione l’ha fatta; non deve essere una demolizione a priori di ideali che, incartapecoriti e stropicciati, ancora sopravvivono. Criticare il Sessantotto da un’ottica di destra dovrebbe voler dire assumersi le responsabilità delle mancanze e delle violenze compiute (mai dimenticando la ghettizzazione subita), di aver guardato con diffidenza chi non sentendosi figlio dei proprio genitori , ma di un’epoca, ha messo in crisi l’Istituzione Famiglia in favore di quel disordine creativo che avrebbe dovuto portare alla nascita dell’Uomo Nuovo, e che ha poi fatto in modo che i contestatori subentrassero proprio a  quella classe dirigente contro cui tanto hanno combattuto.

Leggere il passato con l’ottica ed il senno del poi, per provare il gusto della critica “a distanza” non porta a nulla. Mettersi in gioco con proposte, pensieri e riflessioni sviluppabili in concreto allo scopo di estinguere gli strascichi di quella che viene considerata una malattia, avrebbe voluto dire percorrere quella strada poco battuta, la nostra strada, che, sbagliando, mi aspettavo Veneziani avesse deciso di intraprendere.

Seguire la corrente della celebrazione del quarantesimo anniversario della “Rivoluzione Sessantottina” cavalcando l’onda delle pubblicazioni a tema per un autore come il nostro è più che giusto, ma lasciarsi scappare l’opportunità di invertire la rotta di questa corrente per dare voce a tutti coloro i quali non hanno condiviso le idee promotrici,si sono rifiutati di aderire a quel movimento e che, quasi certamente, oggi sono stanchi di subirne le conseguenze, questo, è sbagliato. Veicolare il messaggio che la destra non abbia nulla di definitivo da dire in merito, o di abbastanza significativo da essere messo per iscritto, non fa che consolidare il pensiero di tutti quei detrattori che, assimilando il Sessantotto ad una Rivoluzione di stampo prettamente culturale, continuano ad indicare “destra” e “cultura” come poli opposti. I primi a permettere questo atteggiamento, però, siamo noi. In questo caso attraverso Veneziani.

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1968: una nuova visione

Pubblicato da aulettere su Maggio 8, 2008

Il Sessantotto – l’idea nata dopo le rivolte giovanili del 1968 – oggi ha quarant’anni e, come ogni decennale che si rispetti, facili entusiasmi e incomprensibili stroncature si rincorrono.

Che si esalti o condanni, il Sessantotto ha sempre convissuto con il tentativo di uomini mistificatori di piegare il movimentiamo spontaneo e rivoluzionario di quell’anno ad una, meno rivoluzionaria e meno ideale, pratica politica: la smisurata crescita economica dei gloriosi anni ’60 e la reazione pacifista alla guerra in Vietnam portarono i giovani a cercare di attuare una rivoluzione che risuonò, alla fine, come una lunga ricreazione.

La dannunziana idea della fantasia al potere, unita alla doverosa richiesta di rappresentanza studentesca negli organi scolastici e universitari, ha permesso agli anni ’60 di abbandonare il bianco e nero e vivere in un mondo a colori: i giovani hanno suonato la sveglia ad una società sì in crescita ma che sarebbe crollata. Il piacere e la libertà hanno trovato la loro naturale esaltazione nei moti del 1968: la musica, l’arte e il cinema sono stati canali di trasmissione di un’idea di rinnovamento che serpeggiava da New York a Roma. La capacità di guardare oltre i confini, il vivere un destino comune e il desiderio di poter scrivere quel destino hanno unito migliaia di donne e uomini, forse piccoli, ma con idee e volontà che “i grandi” avrebbero dovuto raccogliere.

Quello che il 1968 non meritava affatto era l’idealizzazione, il fare di quell’anno una categoria filosofica: il Sessantotto. Quell’anno, ricco di sfide, non meritava di diventare un titolo da biglietto da visita ( dott. … sessantottino) ed è insopportabile che, tutti quelli che con onore hanno lottato ieri, contro gerontocrazia e baronati, oggi, siano l’espressione della gerontocrazia e dei baronati.

Anche i politicanti sono sempre stati affascinati dall’idea del Sessantotto – alcuni esaltano la tradizione sessantottina, altri la condannano -  ma tutti ne tradiscono la vera missione: la rivoluzione giovanile non aveva il compito (né la voglia) di rovesciare il sistema politico ma guardava ad un mondo dove l’essere giovani non rappresentasse una colpa ma un momento obbligatorio per tutti.

Ex , post e catto comunisti hanno guardato con sentimento romantico all’anno dei giovani, credendo di aver sempre difeso le loro posizioni e dimenticando, con troppa fretta, di aver da subito preso le distanze dai piccoli rivoluzionari.

Alla destra è mancata la capacità di analizzare quell’anno, è mancato anche il coraggio di viverlo fino in fondo: militanti e simpatizzanti si sono avvicinati alla rivoluzione ma è venuta meno la capacità di incidere e condizionare una lotta che con la nostra storia e il nostro passato aveva molto in comune: era il 1919 quando, con un colpo di mano para-militare, un nobile d’animo liberò la città di Fiume, vittima incolpevole della politica. Gabriele d’Annunzio instaurò un potere fantasioso, colorato; donne e uomini convivevano in una terra vivace, liberi da logiche benpensanti: soldati nudi sorvolavano le terre, donne affascinanti provavano cosa fosse la felicità, era la fantasia al potere.

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